Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 12 luglio 2017

C'è una ragione per installare gli orti urbani: combattere la siccità!



Come vi avevo raccontato in un post precedente, una delle attività in cui l'Università di Firenze si è impegnata è l'installazione di orti urbani. Ma perché lo facciamo? Per divertimento? Per l'estetica? Per sentirci più "verdi"? Non proprio. Io credo che la "rinaturalizzazione" dell'ambiente urbano sia un passo fondamentale nel ricostruire un ecosistema che non ci tratti a colpi di bombe d'acqua e di siccità ricorrenti. 

Nel post che segue, di Jacopo Simonetta (riprodotto da "Crisis"), trovate delle considerazioni molto interessanti sulla situazione e sulle ragioni della siccità perdurante in questo periodo. In sostanza, con il riscaldamento globale, non è che piova molto meno di prima. Però piove in momenti differenti, con intensità differenti, con effetti differenti. 

Quindi, una delle ragioni principali del problema della siccità, come spiega molto bene Jacopo Simonetta, è il fatto che il territorio cementificato, impermeabilizzato, urbanizzato, non trattiene più l'acqua, che se ne va rapidamente subito dopo essere arrivata.

Così, per molti anni abbiamo allegramente cementificato quello che si poteva (e anche che non si poteva) cementificare: porta benessere, fa crescere il PIL, è sviluppo, eccetera. E ora ci troviamo nei guai (e non abbiamo nemmeno smesso di cementificare).

E allora si tratta di cercare di rimediare per quanto possibile: piantare alberi, rinaturalizzare le aree cementate e, anche, piantare orti. Quest'ultima è una soluzione rapida, estetica, produttiva, che piace a tutti. Quindi, abbiamo cominciato come UNIFI, altri ci seguiranno, speriamo.

Nella foto, qui sotto, uno dei pomodori prodotti dagli orti urbani del giardino botanico dell'università, ammirati dalla prof. Yugay dell'Università di Mosca. 


Segue l'articolo di Jacopo Simonetta







LA SICCITÀ NON E’ FINITA


In questa settimana una serie di temporali hanno portato un po’ d’acqua e di temporanea frescura almeno sulle regioni centro-settentrionali.   La siccità è finita?
No.   Se anche avesse piovuto il doppio od il triplo avrebbe magari  causato alluvioni e disastri (qualcuno lo ha comunque provocato), ma non per questo sarebbe finita la siccità che rimane un male insidioso e difficile da capire.   Facciamo un tentativo per cominciare a capirlo, tenendo presente che ogni zona ha la sua storia e la sua situazione particolare.   Le generalizzazioni valgono quindi per capire come nasce e si sviluppa il fenomeno, non per decidere le priorità caso per caso.
In buona sostanza, la siccità è dovuta ad un deficit nel bilancio idrico; vale a dire che da un determinato territorio esce più acqua di quella che vi entra.   Un fenomeno che è facile sottovalutare, soprattutto quando si dispone di tecnologie ed energia con cui controbilanciarne gli effetti a breve termine.   Ancora più grave è il fatto che, quasi sempre, gli interventi messi in opera per compensare i disagi dovuti alla siccità hanno l’effetto di aggravarla e ciò che sta accadendo il Italia ne è un eccellente esempio.
In prima, grossolana approssimazione possiamo distinguere due livelli: globale e regionale, che interferiscono fra loro.

Livello Globale.

E’ quello di cui si parla di più su cui si può agire di meno, ne faremo quindi solamente un rapidissimo cenno.   Si tratta ovviamente di tutta la complessa tematica del GW.   Senza dubbio la combustione di carbone, petrolio e gas è stata la forzante principale che ha scatenato il fenomeno, ma attualmente sono attive anche una serie di retroazioni che, complessivamente, tendono ad amplificarlo.   Di sicuro sappiamo che la temperatura media sta salendo, così come il livello del mare e l’acidità degli oceani, mentre il volume di ghiaccio diminuisce e  gli eventi meteorologici diventano più instabili.   Nella maggior parte delle zone fa più caldo e piove di meno, ma non dappertutto; ci sono anche zone in cui fa più fresco e/o piove di più.   L’evoluzione nei tempi lunghi sono poco prevedibili per molte ragioni, far cui l’instabilità intrinseca dell’atmosfera (e secondariamente degli oceani), il ruolo non modellizzabile delle nubi e dell’aerosol, la forza delle retroazioni in corso, l’interferenza con fattori di scala minore.

Livello regionale

Struttura geo-morfologica.   La forma del rilievo e delle rete imbrifera, la natura delle rocce  determinano in gran parte la facilità con cui l’acqua circola sul territorio e nel sotto suolo.  E’ un fattore che varia molto poco nel tempo, salvo casi particolari come le zone di bonifica o dove ci sono ampi bacini estrattivi che possono cambiare le caratteristiche geo-morfologiche di un territorio nel giro di decenni.  Oggi anche di pochi anni.
Aree umide.   Fino a circa un secolo fa paludi, stagni, golene, aree soggette a sommersione stagionale o occasionale eccetera rappresentavano un elemento determinante del paesaggio di quasi tutte le regioni italiane; oggi ne rimane circa l’1%.   Ciò ha modificato radicalmente il ciclo dell’acqua, sia perché sono molto diminuiti i tempi di corrivazione verso il mare, sia perché la minore evapotraspirazione contribuisce a ridurre la piovosità, specialmente sulle aree planiziali interne che sono quelle più densamente popolate e quelle più importanti per l’agricoltura.
Suoli.   La natura del suolo è anch’essa fondamentale nel determinare la quantità di acqua piovana che ruscella in superficie e quella che, viceversa, si infiltra e viene trattenuta.   A sua volta, la natura del suolo dipende da un’insieme di fattori che vanno dal clima e dalla natura delle rocce, fino alla vegetazione ed alla fauna, passando per le tecniche agricole.   Due aspetti molto importanti che riguardano in particolare i terreni agricoli sono il contenuto in sostanza organica e la struttura (come le particelle del suolo si aggregano fra loro).   La maggior parte delle tecniche agricole tendono a ridurre entrambi, riducendo in modo drammatico la quantità di acqua che i suoli sono in grado di trattenere a disposizione delle piante (capacità di campo).   Esistono anche tecniche che hanno l’effetto contrario, ma per ora rimangono molto marginali.
Vegetazione.  La vegetazione ha un impatto determinante sui suoli e sul ciclo dell’acqua, sia perché immagazzina grosse quantità di acqua nei propri tessuti, sia perché ne facilita l’infiltrazione in profondità quando piove per recuperarla e rimetterla in circolazione nel suolo e nell’atmosfera quando non piove.
Fauna.  La fauna ha un effetto più indiretto, ma determinante in quanto modifica, talvolta molto pesantemente, la vegetazione e, di conseguenza, i suoli; finanche il reticolo imbrifero.  Sia per quanto riguarda la fauna che la vegetazione, non conta solo la quantità, ma anche la varietà di forme di vita.   Una riduzione della biodiversità ha sempre effetti negativi sul funzionamento degli ecosistemi.
Urbanizzazione.   La quantità. La distribuzione e le caratteristiche dell’edificato modificano il ciclo locale dell’acqua, talvolta in modo drammatico.   Strade, case e piazze sono infatti impermeabili o quasi e le piogge cadute sull’edificato vengono allontanate il più rapidamente possibile tramite apposite reti fognarie.   Inoltre, ampie superfici di asfalto e cemento si scaldano molto di più del territorio agricolo, per non parlare delle foreste.   Questo altera la circolazione locale dell’aria.   Un effetto molto amplificato dai condizionatori che rinfrescano gli interni, surriscaldando ulteriormente l’esterno.
Consumi antropici.   In paesi come l’Italia, una quota consistente dell’acqua raccolta dai bacini imbriferi passa attraverso il nostro sistema economico; in estate una quota preponderante.   La portata di magra dei fiumi è oramai esclusivamente o prevalentemente formata da reflui dei depuratori (più o meno ben depurata).   In prossimità del mare, l’acqua che si vede nei fiumi è invece salata, tranne talvolta una sottile lente di acqua dolce che scorre in superficie, mentre il mare risale nell’entroterra.
Circa il 85% dell’acqua che usiamo va per irrigare le colture, l’ 8% per l’industria, 7% per i consumi domestici che da soli ammontano a ben 245 litri al giorno a persona!   Nel 1980 erano 47.
In effetti, l’acqua non si “consuma” in senso stretto, ma l’uso che ne facciamo ha due effetti principali.  Il primo è quello di inquinarla, il secondo è quello di accelerarne il deflusso verso il mare, inaridendo gradualmente, ma inesorabilmente il territorio cosa che, abbiamo visto, contribuisce a ridurre le piogge, aggravando il processo.   Il fatto che le falde freatiche si siano abbassate quasi dappertutto e che la portata di quasi tutte le sorgenti sia diminuita dimostra un fatto molto semplice: abbiamo creato un deficit cronico nel nostro bilancio idrico.   Un deficit che i periodi di piogge consistenti e prolungate mitigano per un periodo, ma che non riescono mai a compensare del tutto.

Che fare?

Uno dei fattori che rende la siccità un pericolo molto più grave ed insidioso di nubifragi, “bombe d’acqua” ed uragani è che passa quasi inosservata, sempre sottovalutata.   Questo perché mentre le tempeste hanno impatti drammatici nel giro di poche ore, la siccità mina lentamente, ma inesorabilmente la vivibilità di un territorio.   Ed è un fenomeno che si sviluppa nell’arco di decenni, perlopiù sotto terra, finché i danni si fanno manifesti; ma a quel punto sono anche irreversibili o quasi.   La maggior parte delle zone attualmente desertiche sono state rese tali da una secolare azione antropica; un processo che si è spaventosamente accelerato negli ultimi decenni.   Ma il disastro maggiore è che i provvedimenti presi per contrastarla sono solitamente tali da aggravarla.   Quasi sempre, la risposta ai periodi di crisi acuta sono infatti nuovi pozzi, captazioni e condutture; cioè un maggiore sfruttamento di una risorsa che si sta degradando principalmente a causa di uno sfruttamento già largamente eccessivo.
Sarebbero possibili interventi più efficaci?   Si, ma solo a condizione di cambiare di 180° il nostro modo di pensare.   Vale a dire che bisognerebbe lavorare a tutti i livelli contemporaneamente, dall’educazione permanente alla gestione dei fondi pubblici, passando per una miriade di norme e regolamenti, per riportare in pareggio il bilancio idrico a tutti i livelli.   E comunque gli effetti sarebbero parziali, indiretti e dilazionati nel tempo; cioè esattamente il contrario di quello che la maggior parte della persone vuole.
Sui fattori climatici globali possiamo e dobbiamo fare molto per ridurre i nostri consumi di tutto, questo è infatti l’unico modo per ridurre davvero tanto le nostre emissioni climalteranti, quanto i consumi di acqua.   Gli effetti sarebbero però indiretti e globali, non rilevabili a livello locale.   Viceversa molte cose potrebbero essere fatte a scala nazionale, regionale e comunale.   Un elenco anche parziale di possibili azioni occuperebbe decine di pagine, qui faremo quindi cenno solamente alle due strategie di base: aumentare le entrate e ridurre le uscite, come con qualunque bilancio.
Aumentare le entrate vorrebbe dire cercare, nei limiti del possibile, di aumentare la piovosità media.   Non ci sono ricette sicure, ma ridurre il surriscaldamento delle città (sia in estate che in inverno),  aumentare la biomassa arborea nelle aree planiziali, aumentare la capacità di campo dei terreni agricoli e le aree umide di ogni tipo sono fra le cose sicuramente utili.
Per ridurre le uscite, occorrerebbe innanzitutto ridurre drasticamente lo sfruttamento delle risorse idriche.  Cioè ridurre i consumi di tutti i tipi, anche mediante razionamento, e favorire il ristagno dell’acqua piovana nell’entroterra, anche temporaneo, ogniqualvolta sia possibile.  Ridurre le superfici irrigue e migliorare i suoli agricoli sarebbero le strategie principali in agricoltura, mentre per l’industria sarebbe necessario generalizzare il riuso di acque reflue depurate.  Un campo nel quale già si contano diverse esperienze molto positive, che però stentano a diffondersi perché, comunque, trivellare nuovi pozzi per ora costa meno.
Finirà la siccità?   Prima o poi si, per forza.   Gli ecosistemi ritrovano sempre un loro equilibrio, ma se vogliamo farne parte dobbiamo cominciare a pensare che senza petrolio è difficile che possa esistere una civiltà avanzata, ma con poca acqua non può esistere civiltà di sorta.

33 commenti:

  1. Il quarto capitolo di Collasso, di Jared Diamond, è dedicato al tracollo della società degli Anasazi a causa della siccità (permanente ovvero al cambiamento climatico verso un tipo di clima desertico).

    RispondiElimina
  2. I deserti sono deserti (poco popolati) proprio perché la popolazione non può che essere scarsa.
    Vedere cosa succede, ad esempio nel mondo islamico subtropicale -sub desertico - quando la popolazione aumenta esplosivamente e le risorse (pro capite) crollano.
    Siria, Yemen, etc. .
    In Egitto dovrebbero esserci 8M homo e non 80M.
    Eccetera eccetera.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se la produzione cerealicola mondiale crollasse improvvisamente del 5% per cause climatiche (ma crollerà molto di più) vediamo quanti itlaiani si metteranno in casa una bella famigliola egiziana...(Quando gli italiani fanno pochi figli principalmente per senso di responsabilità economico...)..Bella storia quella di qualche benpensante si mette in casa una famigliola dell'Egitto quando magari i figli del vicino ultratrentenni non hanno figli a ,loro volta per problemi economici...In effetti anche vedere in tv le immagini delle zone di guerra mediorientali con figli piccolissimi, nati durante la guerra, dovrebbe far pensare chi sulla sponda settentrionale del mediterraneo non può permettersi figli...La gente del deserto vuole esportare il deserto.

      Elimina
    2. Esportano il deserto insieme alla sovrappopolazione ed alla barbarie totalitaria politico religiosa islamista, ma fanno felice la Boldrini odiatrice degli italiani.

      Elimina
    3. Ormai questo commento l'ho passato e ce lo lascio. Se non altro, dimostra in che tristi condizioni siamo ridotti.

      Elimina
  3. http://www.meteogiornale.it/notizia/47722-1-antartide-maxi-iceberg-larsen-c-quasi-staccato
    basterebbe trainarlo con 5000 rimorchiatori e la siccità è finita oppure teletrasportarlo. Ma ve lo ricordavate quando pochi anni orsono quei furboni dei no GW dicevano che l'antartide era in espansione per dimostrare che era una favola? A vedere troppa Tv, alla fine ci si crede anche a star trek. Ma come si fa ad essere così ciechi e imprudenti? Eppure non è questione di intelligenza, ma di offuscamento di essa da parte di cause interne ed esterne come la disperazione e il dolore. Penso che pazzi si diventi, non si nasca.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Si Mago,
      "pazzi si diventa, non si nasce".
      Sono la dottrina, le istruzioni, le false informazioni, l'innaturale stile di vita (quello cittadino, quello tecnologico), le disuguaglianze sociali (ricchi e poveri), le ingiustizie sociali (disoccupazione e stato di necessità) che ci fanno diventare matti.
      Dipende tantissimo dalla "cultura" in cui si cresce, il grado di pazzia.
      La televisione disinforma, distrae, purtroppo.
      Io ho buttato fuori dalla mia mente (cervello) tante idee bislacche che la "civiltà" vi aveva inculcato.
      Ora guardo la gente e penso che quasi tutti loro sono vittime della pazzia.

      Gianni Tiziano

      Elimina
    2. il mega iceberg si è staccato.

      Elimina
  4. Il miglior modo per combattere la siccità in Italia sono le microdighe, possibilmente in serie lungo lo stesso alveo, e poi convertire il suolo agricolo ad area forestale (possibilmente non da taglio)..Ergo ricette non applicabili in democrazia Vel con sessanta milioni di abitanti...Ergo...continuate voi!

    RispondiElimina
  5. Buongiorno, ho letto l'articolo con attenzione. Non si fa riferimento a quella che, a naso, potrebbe essere una risorsa per l'Italia così come per molti altri paesi: la desalinizzazione.
    Non sono preparato in materia e non ho trovati molto in rete, secondo voi sarebbe una soluzione applicabile?
    Magari solo parzialmente al fine dì alleggerire l'uso delle falde e fare un passo verso quell'equilibrio si cui si parlava.
    So già che il costo energetico non è sottovalutabile ma dato che l'acqua è accumulabile più o meno facilmente potrebbe essere interessante un impianto integrato con fonti rinnovabili... pura utopia?

    Emilio S.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Con tutta la buona volontà e anche con le tecnologie più avanzate, la desalinazione rimane costosa. Va bene per l'acqua potabile, ma non per l'agricoltura e per altri usi massivi

      Elimina
  6. Non si possono avere piantagioni che richiedono tanta acqua, in un territorio che tende alla desertificazione. E' necesario imparare da chi di acqua ne ha sempre avuta poca e adottare stili di vita e coltivazioni simili; passare quindi, per quanto possibile ad una agricoltura che richiede meno acqua. Parole banali le mie ... niente mais, e fichi d'india al posto delle angurie, per intenderci.
    La mia casa di campagna non è collegata all'acquedotto, ci sono solo 2 grandi cisterne per la racconta della pioggia da 80 m3 l'una, fatte a fine del 1800 quando l'acquedotto pugliese ancora non esisteva. Perchè non incentivare fiscalmente la costruzione di grandi cisterne per usi non potabili?
    Poi, DIVIETO ASSOLUTO a piscine private, prati inglesi e stupidi lavaggi d'auto con acqua potabile. La mia auto si lava grazie a Giove pluvio: abitando in Puglia dove non piove da due mesi, l'auto è ovviamente sporca (di fuori: di dentro è pulitissima, passo un panno umido al giorno), generando lamentele comprensibili del coniuge. Essere consapevoli che sprecare fiumi d'acqua per tenere sempre luccicante un pezzo di alluminio con 4 gomme è un "lavaggio" del cervello che non possiamo più permetterci.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Alluminio? Complimenti!
      Per le cisterne considera che la maggior parte degli italiani, anche volendo, non ne ha lo spazio.

      La maggior parte degli italiani non ha spazio per pannelli solari, cisterne di raccolta acqua, figuriamoci orti od altro.

      Forse dimezzando la popolazione potremmo ridurne di 4 volte l'impatto?

      Elimina
  7. Permettetemi una battuta: gli orti urbani qualora funzionino a modificare il microclima urbano, non sono utili alla causa: attualmente l'isola di calore urbana, col suo innalzare la temperatura estiva locale di almeno 5 gradi rispetto allo stato naturale, e' molto utile nel far percepire alle gente la estrema drammaticita' del problema del GW, ingantendone le portata nell'esperienza "percepita" :)

    A compensazione, per chi ci lavora, stare chini a zappare su un orto sotto il sole da' la migliore esperienza del surriscaldamento :)

    I 5 gradi che cito sopra li ho sia misurati personalmente nel corso di molti anni, sia si possono evincere dai dati di temperatura de "il meteo", che ho notato che regolarmente prevede nei centri urbani una temperatura maggiorata di circa 5 gradi rispetto a quella misurata dalle stazioni meteo ufficiali disposte fuori seppure vicino ad una enorme pista d'aeroporto asfaltata, ad esempio in questi giorni 34 gradi invece di 29 (si sa che non e' il cane che morde l'uomo che fa notizia).

    Tornando seri, come avevamo gia' notato con Simonetta, la gente ama la natura ma di norma la vuole lontana da casa: gli animaletti danno fastidio quando non provocano ripulsa e terrore, e attualmente c'e' una vera psicosi per i danni che possono fare gli alberi vicino a case, fili e strade, cosa che fa si' che vengano abbattuti appena un po' cresciuti, e poi ripiantati, e poi riabbattuti e ripiantati... Oggi come oggi, in questo clima di "sicurezza" di cui quella climatica-ambientale e' solo un sottoprodotto, nessun amministratore pubblico di nessun tipo si assume la MINIMA responsabilita' di tenere un alberello che al primo refolo di vento possa fare danni, veri o semi-immaginari, di cui poi venga chiamato a pagare il conto per "danno erariale" (basta che abbatta un filo del telefono per scatenare richieste di risarcimento milionarie per mancato collegamento degli utenti, un tempo si aggiustava il guasto senza tante storie e amen) - oggi la lotta politica funziona anche cosi'. La vera mania per la sicurezza e per la ricerca di un colpevole a tutti i costi che funesta questi tempi, ha i suoi contrappassi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Si, è successo proprio questo: nessun amministratore si prende più la responsabilità di piantare alberi per la paura che cada un ramo su qualche bella macchina nuova e il proprietario richieda i danni. Perlomeno, gli orti non cadono sulla testa di nessuno.

      Incidentalmente, questi sono orti che non richiedono zappature. Perlomeno quello.....

      Elimina
    2. > nessun amministratore pubblico di nessun tipo si assume la MINIMA responsabilita' di tenere un alberello che al primo refolo di vento possa fare danni

      Legge Arborea.

      Elimina
    3. "cada un ramo su qualche bella macchina nuova"

      Esatto: me ce' qualcuno che abbia il coraggio di dire ai proprietari che qualsiasi normodotato sa benissimo che parcheggiando la macchina sotto un albero c'e' sempre il rischio che ci cada un ramo sopra, specialmente in caso di temporale con venti forti? E questo vale anche per i fili di telefono e elettricita'. Sono rischi che non troppi anni fa si accettavano senza tante storie e senza rompere le balle al mondo.

      Un ricordo personale: fino a qualche decina di anni fa se il posizionamento di un palo dell'enel in bassa tensione dava anche solo fastidio al proprietario, arrivava gratis una squadra dell'enel che lo spostava in poche ore, con tante scuse. Adesso parte una procedura interminabile e ammesso che venga autorizzato lo spostamento, esso costa diverse decine di migliaia di euro, uno sproposito. Perche' e' diventato tutto cosi' difficile (e costoso)? La complessita'? La mania per la sicurezza? La parcellizzazione e quindi il fatto che nessuno sappia piu' fare con efficienza e autonomia il proprio lavoro senza ricevere ordini ed istruzioni dettagliate da una pletora di "esperti"?

      Elimina
    4. Antica saggezza degli Indiani: mai tirar su la tenda sotto un albero!

      Elimina
    5. Altro che "battuta" è tutto verissimo!!

      Tuttavia per ridurre l'isola di calore urbana conterebbe moltissimo costurire meglio:
      I muri con termocappotto non accumulano calore.
      I tetti ventilati facilitano la dispersione del calore verso l'alto.
      Le superfici più chiare hanno un albedo più elevato (al bando mattoni a vista, coppi e tegole, ...)

      Elimina
    6. Approvo al 100%: http://unuomoincammino.blogspot.it/2014/06/legge-arborea.html

      Elimina
  8. "Fino a circa un secolo fa paludi, stagni, golene, aree soggette a sommersione stagionale o occasionale eccetera rappresentavano un elemento determinante del paesaggio di quasi tutte le regioni italiane; oggi ne rimane circa l’1%."

    @ simonetta
    Infatti un secolo fa la malaria era una piaga che colpiva una congrua parte del paese (trovate le mappe su "google ricerca immagini"), poi eliminata peraltro non tanto per le bonifiche quanto per l'arrivo degli americani che irrorarono tutto, case e territori, col DDT (il DDT e' stato bandito solo DOPO che nei paesi occidentali e' stata eradicata la malaria, prima preferivano tenersi il DDT).

    Per quanto riguarda l'uso dell'acqua, uno dei vari problemi di oggi e' che lo sfruttamento per la produzione di energia elettrica rinnovabile avviene attraverso la deviazione di corsi d'acqua con conseguente disseccamento del loro letto naturale. Non e' raro sentire proteste per questo motivo. Tiriamo la coperta da una parte e ci scopriamo dall'altra.

    RispondiElimina
  9. http://www.lastampa.it/2014/08/22/societa/triplicati-in-due-anni-boom-di-orti-urbani-n5wZMq3Ah19luZZvUqNGMN/premium.html

    Quanti sono, gli orti urbani nel nostro Paese? Impossibile un censimento puntuale. Secondo la Confederazione italiana agricoltori, dato 2013, sono circa nove milioni (+9% rispetto al 2012) i «city farmer» che curano un orto in giardino, in terrazzo o in uno spazio di proprietà comunale”

    Per le vere cause del consumo d’acqua basta guardare al grafico dell’impronta idrica in Italia (azzurro più rosso) totale uso agricolo 85%.

    Da qualche tempo si è capito come è possibile coltivare verdure in modo sostenibile, senza fare uso di fertilizzanti, vangatura e veleni. Con un consumo ridotto di acqua. In questo processo svolgono un ruolo fondamentale le “micorrize”
    http://www.academia.edu/4262887/Focus_micorrize_una_preziosa_simbiosi

    Ma bisogna anche tener presente ai fini del risparmio d’acqua che per ottenere un kg di manzo occorrono 15.000 litri d’acqua. 3500 per un pollo (come il riso), 1400 per il grano, mentre ne bastano 500 per le patate.

    In teoria per sfamare una persona basterebbe un orto di 200 metri quadrati.
    In Italia per ogni persona sono disponibili circa 4000 metri quadri di suolo agricolo
    https://fardiconto.wordpress.com/2010/10/25/superficie-agricola-per-abitante-chi-sta-peggio-in-italia/
    Questi sono i dati,(se ci sono errori accetto volentieri correzioni) che naturalmente non possono essere immediatamente tradotti in pratiche efficienti per ragioni di tipo culturale, politico ecc. Però visto che si stima che entro il 2025 il 60% della popolazione vivrà in condizioni di carenza idrica, sarebbe il caso di cominciare a ragionarci sopra.
    Angelo

    RispondiElimina
  10. Scusami, dove hai letto che per sfamare una persona bastano 200 mq??? In tutte le stime che ho trovato si parla di almeno un ettaro (10 000 mq) a famiglia, senza contare i terreni per assorbire i rifiuti, produrre fibre tessili, carta, energia... tra l'altro non tutti i terreni sono uguali e in Italia ci sono molti terreni poveri o zone fredde o poco illuminate, specialmente in montagna, che producono meno e per meno mesi all'anno.
    Per quanto lodevole sia un orto questo difficilmente produce cereali in quantità sufficiente, o grassi (pensiamo agli oli o al burro per cucinare); inoltre produce principalmente in estate e autunno. In certe zone poi vivere senza cibo animale è praticamente impossibile; i pascoli si trovano solitamente in zone non coltivabili, per cui gli animali trasformano in cibo per umani cibo che per gli umani non è, come l'erba. Inoltre un pascolo avrà sempre più biodiversità di qualsiasi campo coltivato.
    Secondo me è solo ignorando gli altri alimenti, quali appunto i cereali, i semi oleosi, le fonti di proteine in quantità e di qualità sufficienti, gli oli, lo zucchero, le spezie, il sale, che si può pensare che l'orto da sé basti. Provate a fare attenzione a cosa mangiate in un giorno!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Infatti sono esistite civiltà agricole, ma non civiltà "orticole". Quelle che hanno usato gli orti, li hanno usati soltanto come sorgente supplementare di cibo, per esempio i Maori avevano orti, ma allevavano anche maiali perché avevano bisogno di proteine. Non è detto che non sia possibile inventare degli orti che producono un nutrimento bilanciato, ma è un altro mondo.

      Elimina
    2. https://www.facebook.com/civilta.dellorto
      Si trova scritto qui (nel libro e in varie interviste dell’autore)
      Si parla comunque di un caso limite, reso possibile da una dieta vegana. E’ possibile in teoria, come ho scritto. Ad esempio

      https://www.piattoveg.info/menu-esempio.html
      da qui vedi che mediamente il consumo annuale di frutta e verdura di una dieta vegana è di 1,5 kg al giorno. (più o meno quello che consumo io che peso 80 kg, da una ventina d'anni. E sto bene). Circa 550 kg all’anno. Se calcoli una produttività media di 3 kg a m quadro in un orto di 200 metri quadri ti viene fuori una produzione di 600 kg. Con qualche albero da frutto vai oltre. I cereali sono un caso a parte su cui non mi dilungo, ma per esempio il mais può essere coltivato come un ortaggio.

      Certo che per un super-carnivoro è tutta un’altra storia. Se leggi bene il mio commento si dovrebbe capire che sono ragionamenti ipotetici, per mostrare che comunque c’è un grande margine nel nostro utilizzo di risorse agricole (era riferito al consumo di acqua). Man mano che ci avviciniamo a un’epoca in cui la disponibilità d’acqua (e di terreni) sarà scarsa, volendo, secondo il mio modesto parere, avremmo comunque la possibilità di scalare i consumi senza grandi tragedie.
      Chi vive in luoghi inadatti all’agricoltura farà quello che può, come ha sempre fatto.
      Angelo

      Elimina
    3. Non credo si tratti solo di essere supercarnivori. Il menù che hai linkato comprende moltissimi cereali, soia, spezie e oli, che un orto non produce e che richiedono ulteriori e abbondanti metri quadri. Non voglio insistere perché credo che ci siamo capiti, però secondo me dire che bastano 200 mq a persona non è solo sbagliato, è anche irrispettoso perché non considera l'apporto di tutti gli altri cibi e di chi lavora per produrli. Tra l'altro proprio ieri parlavo con un contadino biodinamico che si è messo a produrre cereali e farlo senza grandi mietitrebbie (ha comunque usato una piccola trebbiatrice a motore) è un LAVORACCIO. Il mais, oltre a richiedere molta acqua, è più povero dal punto di vista nutrizionistico e infatti le popolazioni che lo consumavano come base della dieta (tipo in Messico) lo trattavano con la calce e quelle che non lo facevano e mangiavano solo la polenta avevano la pellagra.
      Inoltre, ribadisco, un pascolo ha una biodiversità che un campo di soia si sogna.

      Elimina
    4. Si, sono andato a vedere la percentuale di cereali: 300 grammi su 1500 totali. Un quinto (è tanto?). Comunque, senza diventar matti a discutere, vogliamo aggiungere toh, stando larghi, altri 200 metri quadri? Totale 400.
      Su 4000 disponibili sempre in teoria. Cosa cambia al fine del risparmio idrico? Adesso comincia a metterci la carne, che tu dici non si tratta solo di quello e poi dimmi quanto salta fuori.
      Se non te lo immagini puoi leggere qui
      https://it.wikipedia.org/wiki/Impatto_ambientale_dell%27industria_dei_cibi_animali
      La pellagra veniva ai nostri antenati perchè consumavano esclusivamente mais.
      Non è certo il caso della dieta vegana che, per sua natura, deve essere il più possibile variata. La soia! Maledetto chi l’ha inventata. Fa schifo! Ci sono i normali legumi che si possono sostituire ai vari tofu. Da qualche parte nel documento che ti ho linkato ci dovrebbe essere scritto.
      I pascoli. Cito un testo dell’eni (non di vegani anarchici sovversivi che odiano gli allevatori)
      “Di tutti i pascoli presenti sul pianeta circa il 20% registra oggi, in qualche misura, un impoverimento, soprattutto a causa del sovrapascolo: questo fenomeno consiste nel compattamento e nell’erosione del suolo, a causa del calpestio degli zoccoli di troppi animali e dell’azione delle mandrie di bestiame. Questo accade soprattutto nelle aree di pascolo caratterizzate dalla scarsità di acqua, che sono pari al 73% dei pascoli mondiali”.
      Per finire non è vero che io non abbia rispetto per chi produce i cibi che voi carnivori mangiate. Ho detto solo che questo regime alimentare che ci permettiamo qui nei paesi ricchi alla lunga non è sostenibile. E credo di non avere neppure usato i toni liquidatori che hai usato tu nei miei confronti.
      Angelo

      Elimina
    5. Mi dispiace, mi sembrava di essere stata educata.
      In realtà io mangio pochissima carne, però ho iniziato ad allevare animali proprio perché ne vedevo la necessità ambientale (per motivi troppo lunghi da spiegare qui), e mi dispiace per questa continua demonizzazione dell'allevamento fatta prendendo dati aggregati e non guardando le enormi differenze tra caso e caso.
      Mi sto accorgendo che il dibattito, anziché vertere sul come, si concentra sul cosa: carnivori vs vegani. Secondo me non è una questione tanto di cosa si mangia, quanto di come lo si coltiva: industrialmente o sostenibilmente, causando erosione o compattamento del terreno o arricchendolo, eccetera. Lo sto vedendo dalle mie stesse esperienze. Adesso si demonizza la produzione di cibo animale, ma allora si potrebbe anche demonizzare la produzione, che ne so, di alcolici (che non servono a nutrire nessuno e consumano un sacco di terreni) o di cotone, inquinantissimo, per fare vestiti che buttiamo via dopo pochi mesi. Si potrebbero fare altri esempi.
      Secondo me non è una questione, ripeto, di regime alimentare, ma di quantità e qualità della produzione. Si possono usare gli animali per ridare fertilità a un terreno distrutto dalla produzione industriale di cereali, ma anche viceversa. Se si demonizzano alcuni tipi di alimenti non si fa che prevenire il dialogo e la collaborazione tra persone che hanno lo stesso obiettivo.

      Elimina
  11. Magari qualcuno mi sa rispondere. Leggendo sull'orto bioattivo, si dice che si parte da terra vulcanica. E' un sistema replicabile anche con altri tipi di terreni? Altrimenti dove si trova tutta questa terra vulcanica per fare milioni di orti? A che costi energetici di estrazione e trasporto?
    Invece che rialzato, l'orto lo si può fare direttamente sul terreno?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tutta la terra che coltiviamo è di origine vulcanica. Qui, il costruttore ha provato a utilizzarla direttamente, macinandola e poi aggiungendo nutrienti. Non è certamente l'unico sistema per fare orti e non credo che si parli di farne milioni. E' un sistema dimostrativo con alte rese, ma non di tipo industriale

      Elimina
    2. Ok grazie. Ovviamente non intendevo la scala industriale, ma mi riferivo alla moltitudine di piccoli orti urbani/domestici di cui è piena l'Italia per fortuna. Ad ogni modo proverò da me su terreno totalmente sabbioso data la vicinanza al mare.

      Elimina
  12. Ma utilizzare direttamente terra vulcanica per le coltivazioni non può essere pericoloso per la salute? Intendo per la presenza di metalli pesanti o radioattività.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma dai, Arturo! Tutta la terra su cui camminiamo è passata attraverso un vulcano di qualche tipo, in un passato più o meno remoto.

      Elimina